Devo passare da SheDevil e poi partire in auto alla volta di Zion.
Sono in un ritardo non da poco e devo prelevare al bancomat. Operazione che trovo noiosa, ma semplice e veloce. Che di rado causa intoppi. (Ricordo solo una volta che in Campo Marzio sopraggiunse la polizia con le pistole in mano urlando come pazzi, ed ebbero come risposta un commesso giovane che, con gli occhi al cielo e le braccia allargate esclamò: “lo vogliamo aggiustare questo cazzo di allarme che è la terza volta che succedeee!” Mentre io cercavo di dissimulare imbarazzo esclamando “ma no, mannaggia, mi si è sciolta la barretta di cioccolato che tenevo nella tasca posteriore dei pantaloni”.)
Arrivo Quindi al bancomat di Cavana. Sono il terzo della mini-coda. Al primo posto, malauguratamente, una coppia di scarti umani. Nella fattispecie due scarti di motociclismo.
Lui & Lei. Entrambi in evidente soprappeso ma senza sembrare flaccidi. Molto vicini ai 50, ma tentando disperatamente di sembrare giovani ontheroader bukowskiani.
Al braccio hanno due caschi (ho capito, siete due motociclisti).
E hanno un paio di Jeans sgualciti, talmente aderenti che darebbero noia a Pistorius.
Entrambi con ai piedi degli stivali. Nel settembre più caldo che l’effetto serra abbia mai conosciuto. (Ho capito, siete due motociclisti vagamente cowntry).
Lui ha un gillet in pelle con le frange che danzano al vento. (Ho capito, siete due motociclisti vagamente cowntry, tendenzialmente western)
Lui ha i guantini in pelle torchiati (ok, ok. Siete due motocicilisti cwntry, western e senza alcuna sensibilità termica).
Una coppia appassionata di Guinness dei primati. Evidentemente lui, dopo aver rotto con fronte 174 tavolette del wc in 2 minuti, su pressione della signora ha deciso di affrontare il record del prelievo più lento del nord-est.
E mi rivolgo a te, inutile truzzo obeso a due ruote.
Vista la raffinata aura intellettuale che sprigioni dal vivaio di mitili che si è generato sotto le tue ascelle, posso immaginare che alla soglia dei cinquant’anni quello sia il primo bancomat della tua vita. E ti vedo mentre te lo passi da una mano all’altra, con fare circospetto. Lo ausculti, lo annusi, con le labbra all’infuori. Guardi la tua donna agrottando le sopracciglia, alzi le spalle e le dici “Uh”. Come solo Bingo Bongo farebbe.
Io capisco che, fino ai 49 anni hai sempre che il bancomat fosse quell’utensile per lavorare la cocaina sulla tavoletta del cesso di un cowntrybar, o per aprire la porta di entrata di case che vorresti fossero tue.
Davvero, non è colpa tua. Ma perché adesso, che la tua vita è un’altalena tra un bar e un meccanico devi decidere di affacciarti alla modernità intellettuale?
Mentre mi rivolgo telepaticamente al mio interlocutore, mi accorgo che i due, da circa una trentina di secondi (che sembra niente, ma in coda al bancomat sono eterni) stanno pacatamente dialogando, gesticolando. Lui si gratta la guancia ruvida. Lei si passa una mano tra i capelli stopposi. Esprimono dubbi e indicano lo schermo del bancomat.
È ormai assodato dalla comunità scientifica in generale e dalla mia comunità scientifica in particolare (dott Super & dott Pipetta).
Diluire il principio attivo di un farmaco dovrebbe, secondo i ciarlatani, essere più efficace. Secondo questo principio uno spritz al Campari dovrebbe sbronzarmi di più di un Negroni.
È un po’ come se io la mattina per compensare un mal di testa spezzassi un’aspirina e ne prendessi mezza. Poi, chiaramente, se il mal di testa non mi passa, ne prendo un’altra mezza. E poi ancora mezza e ancora. Alla fine ho preso due aspirine “classiche” o quattro “aspirine omeopatiche”?
Si va incontro a quell’effetto cosiddetto “del Gesù Cristo dal braccio corto”.
Alla cena Gesù spezzò il pane e lo condivise con i suoi discepoli dicendo “questo è il mio corpo…”.
Nella sua idea questo pane-corpo miracoloso doveva illuminarli nello spirito.
Ma essendo dei fricchettoni poveracci, Gesù divise una sola pagnotta (il suo corpo) fra tutti e dodici. Per cui l’effetto illuminante di quel cannibalismo travestito da transustanziazione fu mitigato, annacquato… per l’appunto omeopatico.
Il risultato che dopo cena uno (Giuda) lo tradì, uno (Pietro) lo rinnegò, uno (Giovanni) s’inchiappettò la sua fidanzata. Le nefandezze degli altri nove nei confronti del Cristo furono insabbiate dalla lobby delle Particole, affinché la comunione restasse pratica diffusa nonostante i pessimi precedenti.
Ultimamente mi dicono che sto tornando come un tempo: snob, misogino, arrogante, intollerante… insomma, che sto tornando in salute.
E infatti ad ogni passo che compio nel mio habitat incontro una categoria insopportabile.
L’ultima l’altro giorno nella mia consueta passeggiata per Cittavecchia. Anche il mio antagonista era nel suo habitat naturale, che purtroppo s’interseca col mio: piazza Hortis. È infatti uno di quei personaggi che uso chiamare “Punkabbestia borderline”.
È un essere appartenente a quella categoria più ampia delle migliaia di “Wannabe” che popolano le città.
Il soggetto non ha l’ardire (si badi bene, “ardire”, non intelligenza, che nella fattispecie è un elemento mai entrato nella sua dimensione) di sposare la causa dei Punkabbestia (che ho già avuto occasione di catalogare come “scarti umani” e ribadisco) ma esprime il suo disagio intellettuale (nella fattispecie il disagio di non avere un intelletto) nella sua passione per dei quadrupedi canini che hanno avuto due sfortune nella loro vita animale: essere scherzati dalla natura nelle fattezze ed essere scherzati dalla vita nell’essere accoppiati ad un padrone caratteriale.
Questi individui hanno una filosofia tutta loro nella gestione del rapporto padrone-cane-restodelmondonormodotato che mi si è palesato in quest’occasione.
Cammino per piazza Hortis e mi si fa incontro il vitello-cane-diavolodellatasmania del cerebroleso.
Io, come al solito privo di ogni paura, ipocondria o timore reverenziale reagisco nell’unico modo che conosco e che mi viene spontaneo: mi paralizzo nella postura che ho in quell’istante, che è la postura di chi sta compiendo un semplice passo della gamba.
Resto alcuni secondi in quella posizione (scomoda), congelato come fossi stato colpito dal raggio di Mr. Freez (venendo tra l’altro fotografato da vari turisti che mi scambiano per la statua di Svevo) mentre il Gargoile mi si avvicina con l’espressione di chi vuole solamente delimitare il territorio… del suo intestino con il mio polpaccio.
A quel punto il padrone cerebroleso ostenta sicurezza: “tranquillo, non ti fa niente!”.
Ora, dico io, posso anche capire che tu, che ti sei diplomato a ragioneria con una tesina sul BMW serie3, abbia bisogno, per compensare la tua scarsa autostima, di possedere un Rotvailer incrociato con un Iveco. Capisco meno il fatto che tu e i tuoi simili crediate che un cane, anche quando è talmente massiccio da richiedere la patente C solo per tenerlo in garage, debba scorrazzare senza guinzaglio. Il mio bastardino (frutto di una dinastia di 7 incroci ibridi e almeno due scontri accidentali, con i denti della consistenza della caramelle Haribo, che ti fa le feste e scodinzola anche mentre un pastore calabrese gli violenta la madre) quando vedeva il guinzaglio saltava di gioia e non ha mai avuto la necessità di chiamare né la Gabbanelli né tantomeno Amnesty International.
Ma soprattutto mi chiedo, cosa ti fa pensare che io, che considero il tuo cane uno strumento buono oggi per l’Afghanistan e domani per la Siria o l’Iran, possa considerare le tue rassicurazioni credibili, come se venissero da un normodotato.
E poi, cosa mi rappresenta la reprise “vuole solo annusarti” ?!?!
Ma no, fai pure, annusami pure, caro killer dei bipedi. Adesso vado a casa del tuo padrone, infilo un dito nel sedere a sua moglie e, se ti chiede, tu digli “tranquillo, vuole solo prenderle la temperatura”.
Mi sento considerato quanto uno di quegli alberi di piazza Hortis, che se potessero lamentarsi del cane in avvicinamento si sentirebbero rispondere dal Kirkegaarde dei miei coglioni “tranquillo, oh Pioppo, ti vuole solo orinare sulle radici”.
In effetti la differenza tra me e il Pioppo è che lui è piantato lì a vita e io me ne potrei andare, fottendomene bellamente delle necessità olfattive di quell’incudine a quattro zampe. Il fatto è che, nel dubbio, preferisco restare ancora un po’ là, fermo, piuttosto che trovarmi fra qualche tempo a gareggiare contro Pistorius sui 400 metri piani, raccontandogli, tra una batteria e l’altra, che no, non è vero che i cani ti annusano tanto per annusare. Vogliono effettivamente solo sapere se la merenda è buona o è troppo speziata.
E mentre ero lì impietrito in quella posizione di chi sta facendo un passo e si blocca a mezz’aria, ho avuto come l’impressione che la statua di Svevo girasse la testa verso di me e mi chiedesse “Hey! Pssst! Se n’è andato il Pitt Bull che mi annusava la caviglia?”
Il prossimo che mi dice quanto sono nevrotico, frettoloso, sempre di corse e nervoso, lo mordo al collo. E non con fare conturbante (quello è mordicchiare) e nemmeno con fare voluttuosamente mortale (tipo vampiro). Proprio gli strappo la trachea. Perché le persone che ti riprendono in tal senso di solito sono causa e non soluzione alla tua frettolosa nevrosi. Sono quelle persone che usano termini come “take it easy” (e già per questo meritano il supplizio), “prendi la vita come viene”, “suvvia che fretta c’è”, “dai, su, che ti viene l’infarto”.
È senza dubbio bella una vita rilassata con i tempi scanditi dalla natura, ma ciò non significa che tu, figlio di meretrice accoppiatasi con bradipo, debba per forza rallentare la mia di esistenza.
Es_1: il parcheggio.
Senza dubbio parcheggiare a Trieste è un problema. Ma anche nel centro di Trieste, anche nel centro che più centro non si può, ciò non è mai questione di vita o di morte. Le auto girano e rigirano, e non ho mai visto nessuno, con la cravatta legata attorno alla fronte tipo “il Cacciatore” lanciarsi a tutta velocità con l’auto dal molo urlando “l’adriatico è un parcheggio gratuito”.
Tanto meno mi è mai capitato la mattina, uscendo di casa, di vedere donne di mezza età, in vestaglia e pantofole, con in mano una tazzina di caffè, che bussano al vetro di un auto in seconda fila. E dentro l’auto c’è un sacco a pelo. E dentro il sacco a pelo il marito della donna.
No, non capita, un posto lo si trova.
Per cui non occorre che appena vedi una persona uscire di casa, ti fermi a osservare se per caso sta vagamente cercando nella borsa qualcosa che possa assomigliare a un mazzo di chiavi e a scrutare se nei suoi occhi c’è il desiderio di chi vuole prendere l’auto per andare Dio solo sa dove. E poi la segui, a passo d’uomo, creando una fila da esodo pasquale, finché non si avvicinaa un’auto e ne apre la portiera. A quel punto ti fermi, metti le luci di posizione, azioni tutte le frecce di cui la tua merdona auto dispone, affinché lampeggino all’unisono, inserisci una INUTILISSIMA retromarcia, suoni il claxon, fai dei gesti, lanci dei coriandoli e alzi a tutto volume “Taji Mahal” dalla tua autoradio.
Perché nel frattempo, per il tuo merdoso parcheggio c’è alle tue spalle un serpente di auto. E in ogni auto un uomo che sbatte la testa sul cruscotto e si chiede se andranno mai via i segni dei denti che ha appena lasciato sul volante.
Es_2: la spesa.
Fare la spesa, per molte persone a cui la vita ha riservato pernacchie, è un momento fondamentale. Persone che hanno la giornata talmente vuota che dilatano ogni gesto quotidiano nel tentativo di dargli un’importanza capitale (“ecco, piano, attenta, è un momento delicato, attenta a non prendere la pasta di Kamut… più a destra, ecco si, quella che è in offerta… evvai, presa! Ora tentiamo con lo stracchino…”).
Per quanto mi sforzi di non dar loro attenzione, prima o poi si arriva in cassa, e lì bisogna confrontarsi con questo essere. E allora si che sbuffo e sale il nerbo.
Perché tu, dannata mantenuta dall’inps, devi impiegare un’ora a dialogare con un cassiere (ventenne, ex teppistello del liceo, precedenti di tossicodipendenza)?
Nel frattempo alle tue spalle s’è formatauna coda che fra i suoi membri conta anche persone che, magari, devono tornare al lavoro (dopo ti spiego che cosa vuol dire). E magari hanno una fretta della Madonna. E magari fuori dal supermercato non hanno ad aspettarli una Delorean con flusso canalizzatore.
Io non dico che tu debba accelerare i tuoi movimenti fluidi e pensati per me, che sto mordendo il salame intero per guadagnare tempo. Però ad esempio usare il cervello (anche questo te lo spiego dopo) aiuterebbe tutta la società.
Stare con le mani in mano mentre Terry lo sfattone gode dei “bip” che fanno i tuoi risotti liofilizzati sulla cassa, non ha senso. Potresti nel frattempo imbustarli. Ma no, tu devi commentare il problema dell’immigrazione. Una volta che Terry il fattone ti consegna il conto, potresti pagare. Ma no, a quel punto è il momento di imbustare, grandissima troia, lasciando il povero Terry, suo malgrado, con le mani in mano, causando in lui il nascere di una grande voglia di metadone.
A quel punto, quando hai fatto i tuoi porci comodi e alle tue spalle la fila è divenuta tale che l’ultimo praticamente è in un altro supermercato, estrai il borsellino. Ho detto “il” borsellino? Scusa, che sciocco. “i borsellini”. Perché il primo ha le banconote grosse (pezzi da 100 che io manco li ho mai visto e tu ti lamenti della tua pensione milionaria?!?!), il secondo le banconote medie (5 e 10), il terzo le monete, il quarto i bronzi (i centesimi, la tua più grande passione da quando, nel 1923, sei entrata in menopausa).
E infine, quando ormai credo di avercela fatta, l’uscita che mi fa dubitare dell’uso che dovrei fare delle lamette da barba appena acquistate. Guardi il display della cassa, mediti, rinfoderi la banconota da 50 che già avevi in mano ed esclami compiaciuta:
“Quant’è? 49 euro e 99 centesimi? Allora aspetti che glieli do giusti!”
P.S.: non cacate la minchia con i refusi, sono di strafretta e molto nervoso, non lo rileggo. Lo correggerò domani.
Non ho gran memoria della mia infanzia. Non ricordo quasi nulla, se non concetti vaghi di avvenimenti, testimoniati da fotografie che narrano i successi di famiglia.
Dopo aver visto Truman Show e Ed Tv, ma soprattutto dopo aver compreso di quali successi è capace la mia famiglia, mi sono persuaso che quelle foto fossero costruite a tavolino, allorché mia madre pagava delle comparse di contorno e mi faceva sollevare una coppa, sempre la stessa, modificata nell’aspetto con la stagnola.
In questo modo, quando fossi cresciuto e i miei geni si fossero manifestati in tutta la loro inettitudine, avrebbero potuto compensare eventuali complessi di inferiorità mostrandomi quelle foto farlocche e consolandomi con “vedi che se ti impegni puoi tutto nella vita?”. O forse serviva solo per esaltare le doti di stirpe con i vicini e gli amici, magari con la convinzione che, nel caso di una seconda ondata nazista saremmo finiti fra gli eletti della specie e non sulla mensola di qualche bagno.
Ma a parte tutto questo, ho netta memoria (e svariate testimonianze) di essere stato in gioventù un campione di pesca. E grazie anche a questo ricordo (di successi pressoché casuali visto che non mi sono mai impegnato per imparare una qualsivoglia attività) sono cresciuto nella convinzione di avere grandi capacità manuali/atletiche/intuitive. Dopo il crollo della cucina, di un’anta dell’armadio, di un porta-sacchetti da muro e dell’attaccapanni della Ste (tutte cose che ho montato padroneggiando il trapano come uno spot della coccola light) la mia autostima traballa e sbanda.
Credo di aver capito il perché risalendo proprio all’episodio della pesca. Quelle gare si svolgevano in modo semi-pilotato da un’organizzazione di stampo Montessoriano con l’unico scopo di dare ai bambini convinzione nei propri mezzi.
Prendi alcune manciate di bambini con problemi caratteriali o di sviluppo fisico (io per fortuna credo di essere stato tra i caratteriali e non tra quelli guasti) e li metti attorno a un lago che si scrive “lago” ma si legge “piscina gonfiabile” visto che per le sue dimensioni non sarebbe segnalato nemmeno sulla piantina dell’Acquasplash. Riempi il lago con due mestoli d’acqua e tre tonnellate di trote allevate ad Aushwitz secondo la dieta tipica locale del ’43. A quel punto chiunque pescherebbe anche usando un Kinder Delice come esca e un wurstel come canna.
In questo modo le autorità educative ottengono lo stesso risultato, la vittoria dei più capaci (o busoni) ma evidentemente vincere per distacco di 12 trote contro 8 trote è più educativo che vincere per due moscardini contro un infradito.
Andare in vacanza richiede di affrontare, notoriamente, un problema eterno: la defecatio.
Per chi come me ha fatto del suo organismo il secchio della raccolta dei rifiuti indifferenziati, il problema si rivela ancor più sensibile. Mitigato solo in minima parte dall’esperienza maturata nel quotidiano duello con il proprio sfintere.
Eccomi ordunque in vacanza.
Una giornata alla guida in auto (pranzo: panini) una notte insonne in nave (cena: non pervenuta) una colazione imperniata sulla totale assenza di fibre e infine l’arrivo alla prima località di villeggiatura (sì! “villeggiatura”!).
Primi due giorni: niente da segnalare. Ma fin qui è normale e i ricordi degli antichi fasti sul trono di casa sono ancora freschi, tali da compensare l’aridità dei primi giorni.
Il terzo giorno, trasferimento in entroterra: forse l’allontanamento dall’aria di mare (che libera i polmoni, ma solo quelli) aiuterà. Ergo, terzo giorno: nulla in vista.
E qui inizia la preoccupazione. Perché anche se nessuno passa dalla porta, qualcuno sta bussando. Insistentemente e con veemenza. Come se sull’uscio ci fosse un gigante abbronzato, parecchio incazzato ma sordo. E per quanto gli si dica “AVANTI!” lui non sente. Ma continua a bussare.
Chiaramente dopo 3 giorni di stanze dotate del trono di ceramica, tocca un passaggio in camping (sì!, “camping”!). E qui qualcosa inizia a muoversi. Perché l’energumeno (che per convenzione chiameremo Bruno) pare abbia smesso di bussare e abbia iniziato a forzare la maniglia. La giornata, tra spiagge, auto e bar con dei servizi che sono al servizio del male batterico, non lascia grandi possibilità se non quella di forzare gli addominali sperando che il gigante Bruno non si stufi e decida di passare dalla finestra.
All’arrivo serale in campeggio ormai si è talmente allenati da potersi anche prendere il tempo di organizzarsi con tutti i crismi: si monta la tenda, si sistema la borsa, si prende un’Amazzonia di carta, le sigarette e via! In un cesso di Trainspottinghiana memoria.
Vabbè, c'è tutto il tempo di applicare ogni accortezza igienica, trovare una posizione comoda che permetta di: a) fumare, b) leggere, c) tenere con la mano la porta chiusa visto che la serratura per il direttore del campeggio ha solo la funzione di sbirciare dentro i wc, quindi, perché mettere un chiavistello quando basta un buco?!
Chiaramente tre giorni di alcool, alimenti di fortuna e peregrinare per luoghi ignoti non passano senza lasciare un segno. Per cui son certo che, con tutti gli sforzi della mia esile muscolatura addominale qualcosa uscirà. Ma non so se saranno gli occhi, una vertebra, l’addome o (vivaddio) il gigante Bruno.
Mentre realizzo uno dei miei più grandi successi fisiologici/atletici rifletto sulla stupidità del corpo umano che nonostante millenni di evoluzione riesce ancora ad avere laggiù “una pista ciclabile adibita al passaggio dei camion”.
Il glorioso successo è firmato da un sorriso ebete che mi si stampa in volto inconsciamente e che cancello immediatamente appena torno in me.
E rifletto su quanto alla fine quest’esperienza escrementizia sia come gli affetti, il lavoro. La vita in generale. Una serie di sofferenze e poi di sforzi. Per ottenere una soddisfazione. Che dura un lampo. E poi resti con uno stronzo nel water e briciole di malinconia.
Ma che vogliamo fare? Stare li a respirarle?
Tiriamo l’acqua e andiamo via. Con la promessa, stavolta, di mangiare più fibre.
questo weekend sono andato, con i miei amici, alla manifestazione no-tav, per protestare contro i treni ad alta velocità che deturpano le desolate e inaccessibili vallate del nostro paese.
Io e i miei amici, ci siamo trovati dopo cena e abbiamo raggiunto a piedi il piazzale antistante la stazione di Trieste, luogo d’incontro con gli altri ragazzi del movimento. Con lo zaino in spalla, il pranzo rigorosamente al sacco (e vegetariano… che domande) una bottiglia d’acqua e i sandali di ordinanza, siamo saliti sul treno, per raggiungere la città della manifestazione. Abbiamo viaggiato di notte, dormendo accoccolati sui nostri zaini. Ogni tanto, durante la notte, ci si svegliava a vedere per quale stazione stavamo passando.
L’indomani mattina, alle prime luci dell’alba, ci siamo alzati per prepararci a scendere. Rassettati frettolosamente, siamo scesi dal treno pronti per la manifestazione. È stata una giornata deliziosa, una bella manifestazione contro la Tav…epoi Gorizia è una città deliziosa.
Nel 1956 il Maestro Frongler Von Stuttgard attraversò un breve periodo di depressione a causa del suo insuccesso nelle ricerche volte a trovare il senso della felicità e dunque alleviare le sofferenze dell'umanità.
Di grande aiuto fu, in quel periodo, il sostegno del suo amico d'infanzia il teologo Del Simmamaer.
Simmamaer spiegò a Stuttgard i risultati delle sue ricerche, finanziate dal Vaticano, sui diversi gusti sessuali. La teoria sosteneva che, qualora la felicità non possa essere raggiunda in una direzione, la si può rinvenire nella direzione opposta.
Illuminato da questa teoria Stuttgard tornò in sè, abbandono gli studi sulla ricerca della felicità e si dedicò alla ricerca delle cause della sofferenza, vale a dire quelle situazioni di malessere e sofferenza a cui la scienza, il progresso, la cultura non erano insipegabilmente state ancora in grado di dare risposta.
Armato del suo consueto approccio inferenizale deduttivo, dopo 6 mesi di osservazioni e studi attenti il Maestro individuò tre situazioni di sofferenza che nessuno era ancora a fronteggiare esplicate nel "DE IMPOTENTIA", celebre trattato pubblicato nel 1958 sulla nota rivista di equitazione "moana e il cavallo"
I tre punti sono, nell'articolo in questione, così elencati:
1- Grattugia centripeta: ovvero l'impossibilità per l'uomo di grattuggiare il Grana Padano sul piatto senza innevare l'inter tavola. Frongler cercò di spiegarla con l'imperfetta opponibilità dei pollici, ma venne aggredito da una setta Darwiniana
2- De Smagnuzzaio: che si verifica ogni qual volta un essere umano si nutre a letto o sul divano. Ovvero l'impossibilità di evitare le briciole nel letto, quali che sinao le contromisure prese. Questo è una della situazioni più dolorose per l'uomo e Frongler teorizzò che la causa fossero le correnti ascensionali, ma fu aggredito con la sciabola dal colonnello Bern H., allora figura di spicco dell'esercito svedese.
3- De Futurae: la terza situazione di sofferenza fu individuata nell'imposssibilità di infilarsi alle orecchie gli auricolari dell'iPod nel modo giusto (auricolare destro nell'orecchio destro e auricolare sinistro nell'orecchio sinistro). Non arrivò a postulare una spiegazione perché il governo svedese, accortosi da una soffiata che l'iPod non era ancora stato inventato, condannò Frongler al rogo.
Il Maestro fu costretto a fuggire, rifugiandosi a Manchester dove per alcuni anni lavorò come portuale.
Sarà la primavera, sarà l’uscita da un periodo di caos esteriore e interiore, sarà un rilancio personale… ma sto ricominciando a odiare. Come ai bei tempi.
Questo di solito è sintomo di una accresciuta autostima, di un maggior benessere interiore, di una chiarezza di intenti.
Già detto dei bambini ciccioni e dei vecchi, mi sono scoperto a odiare altre due categorie.
CasaViaGnello odia: le coppiette. Qualcuno già conosce quella che io chiamo “Fase Pacciani”. Vale a dire quel desiderio di infilarsi un impermeabile lungo, girovagare con lo sguardo torvo, per i parchi, soffermarsi a osservare le coppiette di fidanzatini che si scambiano effusioni sul modello di “ballo Americano di fine anno”. Estrarre una doppietta e impallinarli.
Non è un odio assoluto, perché va a periodi, ma s’inasprisce a primavera. È un odio che si manifesta anche in maniera non violenta, passeggiando il sabato pomeriggio per le vie del centro e scotendo la testa disgustato alla vista degli etero che si tengono per mano. La cosa migliore è quando hai una buona compagnia, un altro Pacciani al tuo fianco, altrettanto caustico. Condividere l’odio è sempre bello.
Le coppiette da par loro dovrebbero smetterla di uscire a ostentare la loro gioia. Dovrebbero smetterla di mettersi uno a fianco all’altro, in modo da occupare tutta la larghezza del marciapiede, di congiungere le mani, per non consentire vie di fuga, e di camminare più lenti di un tetraplegico in modo da rallentare il tuo passo. Un passo al contrario agile e deciso, fatto di ampie falcate. Il passo di chi sa dove sta andando e non ha tempo per perdersi negli occhi di una cerebrolesa.
Le coppiette da par loro devono smetterla di scambiarsi saliva, virus, alito ed epitelio nei luoghi pubblici. Perché la gente che slimonazza in pubblico fa davvero schifo!
CasaViaGnello odia: i punkabbestia. Perché gli fanno proprio schifo. L’unica cosa buona dei punkabbestia è che permettono anche all’ultimo dei pezzenti di poter essere snob. Esattamente nei loro confronti. Mi fa schifo vederli, ma se si nascondono tar i cespugli dei giardini, assieme alle altre bestie, mi sta anche bene che esistano. Basta che non frequentino i miei stessi locali, che non mi chiedano un euro per finanziare la loro attività imprenditoriale (comprare una spilla per il frontino del loro cappellino) che non mi si parino davanti con le loro palpebre a mezz’occhi.
Perché è primavera, e mi sento di nuovo bene con me stesso…
La chat è un modo pratico e gradevole per le brevi comunicazioni di ogni giorno. Che permette di andare al sodo senza il solito “ciao, come stai, bene e tu, bene, senti, ti chiamo per chiederti…”.
La mia ultima chat con quel catarro umano di Capagloriosa ha preso al solita deriva decadente e vagamente volgare
[15.53.05] Gnello scrive:
posso farmi la doccia da te stasera?
[15.53.09] Gnello scrive:
prima di cena?
[15.53.21] Capagloriosa scrive:
si certo
[15.53.25] Capagloriosa scrive:
basta che vieni nudo
[15.53.39] Gnello scrive:
ok
[15.53.49] Gnello scrive:
posso mettermi una sciarpa attorno alle palle?
[15.54.01] Gnello scrive:
sennò poi devo mettermi le benagol nel sedere
[15.54.02] Capagloriosa scrive:
ahahha
[15.54.04] Capagloriosa scrive:
un cachemire
[15.54.16] Gnello scrive:
un dolce vita
[15.54.25] Capagloriosa scrive:
ahahah
[15.54.25] Capagloriosa scrive:
hahahahah
In tutto questo inutile scambio, solo alcuni minuti dopo mi sono accorto di una faccenda:
ho il termostato rotto e sono senza acqua calda, ma io questo non ho avuto modo di dirglielo e allora, perché il buon Capagloriosa non si domanda perché io gli chieda di recarmi a casa sua a fare la doccia? Vorrà forse lavarmi la schiena?
Siccome se ne parla ancora, credo sia il momento...
Siccome lo sconcerto per il caso-Eluana sta via via quietandosi, credo sia il momento...
Siccome ho un persistente dolorino al costato, sul fianco destro, credo sia il momento... ... di stilare il mio testamento biologico.
Che poi non esca il primo cazzo di parroco di quartiere che sostiene di conoscermi o la prima suora lesbica mancata che nota nei miei occhi una luce di vita o il primo presidente del consiglio ubriaco che sostiene che io possa ancora figliare (nonostante anni di coma, la mia imminente vasectomia e nonostante anche in vita non è che abbia gran ché fatto pratica, per giunta con minore rigidità di quella che regala un coma prolungato e irreversibile).
Per cui mi tolgo il pensiero e stabilisco che:
- se un medico sostiene che non ci sia speranza, stacca la spina.
- se un farmacista sostiene che non ci sia più speranza, stacca la spina.
- se Nino, il mio fruttivendolo di Piazza Hortis (che di vegetali se ne intende come nessuno) passa per Cattinara e sostiene non ci sia più speranza, stacca la spina.
- se passa una suora e non reagisco toccandomi i coglioni, cosa fai? ... Staccaaaaa!
Se passa Bagnasco e dice che c'è ancora speranza, staccate la sua di spina.
Che se proprio devo passare tutto il resto della vita immobile, disteso senza reagire, mi va benissimo il mio divano e la mia Tv a 2 pollici. Altrimenti, stacca. Via. Spegni. Tutti a casa. Fine. Chiuso.
Sono favorevole all'eutanasia in caso di morte celebrale nel suo senso più letterale, vale a dire in tutti i casi di inattività intellettiva, vale a dire quando un individuo:
- non risponde a stimoli,
- prende l'autobus per andare al mercato a comprare numero due zucchine,
- vota a destra,
- guarda Amici di Maria de Filippi,
- legge un libro della Kinsella,
- si ferma a guardare i lavori in corso.
E se nel frattempo uscissero altre questioni morali, si sappia che: sono favorevole all'aborto, sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole all'adozione per le coppie omosessuali, sono favorevole alle scarpe col tacco 11 ma contrario ai Birkenstock, sono favorevole all'uso del burro in cucina ma contrario al pecorino sul pesce (sai mai che facciano un referendum).
Dopo aver staccato la spina, che si fa? Dove la si butta la spazzatura? Beh, credo talmente alla vita post morte e all'utilità di conservare un feretro che per me potete cremarmi e buttare le ceneri in mare all'altezza dell'acquario di Trieste (se siete romantici) o nel water del crematorio (se siete pratici). Ma se proprio dovessi scegliere una fine epica, vorrei aprofittare dell'invenzione di quei due triestini in grado di trasformare le ceneri di un morto in un diamante. Non so perché magari finisco sull'anello di qualche modella (e se proprio ho fortuna becco il dito giusto...)
Avere il Pela e la Sassa a Milano ha risvolti negativi (a volte guardo il bicchiere di Cynar o di Negroni e sento di averli imparati a bere con loro e con loro li vorrei continuare a bere) ma anche lati positivi: ogni tot tempo ho l’occasione di un ritrovo che, per un non so quale assunto razzista significa che IO devo andare a Milano. Il che poi non dispiace.
Il pacco è dover sposare le penose infrastrutture italiane che, forse a ragione, trattano Trieste come la periferia del mondo. Per cui eccomi in treno da tre ore. Metà delle quali passate a sbrigare del lavoro (scrivere delle frasi a caso sulla moleskine) leggere il giornale (prendo “il Piccolo” solo quando esco di città, per annusare ancora un po’ il profumo di Trieste) e ingoiare un tramezzino della Despar facendo ben attenzione a non incrociarne il sapore (per la cronaca il sapore “topo” e “ruggine” non è contemplato nella ricetta del “tramezzino caprese”).
Passato Mestre e il solito cambio (11 minuti per fumare tre sigarette) mi accomodo sul treno, mi piazzo e per prima cosa analizzo gli scarti umani con cui mi toccherà condividere la tratta.
Alla mia sinistra, con il peso di 35 chili una donna asiatica (che chiamerò cingalese perché mi piace il suono della parola). È al telefono da tranquilli 40 minuti. E iniziocredere che il libro di Sandokan, edizione stampata nel 1935, se lo sia portato per migliorare la ricezione del telefono.
Piacevolezza estetica: voto 2
Piacevolezza sociale: voto 7 (perché almeno parla piano al telefono e so che non mi rivolgerà la parola per tutto il viaggio)
Di fronte, sulla sinistra, quarant’enne distinto. Classico bancario o impiegato alle poste (ma non allo sportello). Vestito da spritz-aperol: non travestito da bicchiere arancione ma con quella combo camiciazzurra-girocollogrigio-jeans-occhialeallamoda che in veneto è divisa di ordinanza. Legge un giornale locale ,”il corriere delle Alpi”, e scuote la testa (intuisco leggendo dell’ultima malefatta di qualche straniero)
Piacevolezza estetica: 6 (per le donne stupide)
Piacevolezza sociale: 2 per intuito (ha le narici larghe e dilatate e io odio le persone con le narici larghe e dilatate)
Di fronte: pari età calvo, privo anche delle sopracciglia. Dalla partenza ha parlato con tutti i poveracci con cui si è imbattuto. Ha aiutato una donna (che aveva tre volte i miei bicipiti) a posizionare la valigia e ha elargito continui sorrisi e occhiolini di stima ad ogni urto-incrocio di sguardo – annuncio radio del controllore. È il simpa della cumpa (come dicono a Brescia) per cui inforco subito gli auricolari.
Piacevolezza estetica: 7 di stima (per la calvizie)
Piacevolezza sociale: 2 (solo perché mentre scrivo s’è addormentato, sennò era 1)
Sulla destra, di fronte: il Mignottone. Ce n’è una per ogni scomparto, cedo sia un servizio trenitalia. E come tale anch’essa scadente. Non nel senso che non ti faccia venire puntuale, nel senso che è la classica 38enne con i capelli ossigenati e arricciati per sembrare la protagonista di “Sex & tHe City”. Ha delle scadenti scarpe con un tacco eccessivo in ogni frangente che non sia Hollywood Boulevarde e da ore mastica mele una dietro l’altra, convinta probabilmente che se pasteggiare con una mela fa dimagrire, mangiarne una tonnellata ti doni le misure di Kate Moss. Lancia sguardi a tutti, in cerca di approvazione. Trattengo il mio sguardo di disappunto per pura cortesia ma non mi risparmio un sospiro profondo (che nel mio linguaggio nasconde una bestemmia in fase di espirazione).
Piacevolezza estetica 6+ per la buona volontà.
Piacevolezza sociale 4 (che sale a 7 se entro la fine del viaggio tira fuori da quel sacchetto di mele anche una banana).
Alla destra infine la vecchia. Quasi settantenne, grassa, occhiali, borsetta orrida acquistata da Zara (ma la città, non il negozio). Continua a sfogliare nervosa dei giornali di babeli (pettegolezzi) con una velocità tale che nemmeno superman potrebbe leggere i titoli, figuriamoci gli occhielli o le didascalia. Chiaramente guarda solo le foto… ma che gli frega a lei delle tette delle veline?
Il problema è che sono partito con in valigia le seguenti letture:
- “il visual design” nelle organizzazioni
- il Piccolo
- l’Internazionale
- una moleskine con i lavori da sbrigare per l’ufficio
… e ora mi trovo a invidiare quei giornali che mi paiono tanto frivoli eppure tanto rasserenanti. Dovrei vergognarmi?
Piacevolezza estetica: 6 (nel 1954)
Piacevolezza sociale: 6 (odio i vecchi ma questa si fa talmente i fatti suoi che non posso che apprezzarla. Anche se probabilmente nei giorni scorsi era a Udine a portare della mortadella ad Eluana)
Credo sempre meno probabile che scendano tutti a Brescia lasciando il posto a una modella svedese in trasferta che si sente tanto sola, per cui me la metto via e, alla faccia di quello che posso dar a vedere, mi stappo una delle due birre che mi sono portato per il viaggio. Sperando che nessuno di loro abbia un Blog, dove figurerei come “un nervoso alcolizzato che ha sbuffato tutto il tempo e non ha mai risposto ogni qual volta gli si rivolgeva la parola.
Gnello Pendolare
P.S.: aprofitto di un post sul treno per una menzione al miglior compagno di viaggio a lunga percorrenza (2 volte Treviso-Agen e una Treviso-Parigi) e al più grande (in gioventù) uomo delle birre da viaggio/passeggio.
Lo ricordo ancora estrarre birre da ogni tasca e fumare sigari da pochi centesimi per riuscire a mantenere tutto nostro uno scomparto non prenotato per l’intera tratta da Treviso a Parigi. Pensarlo in dolce attesa mi riempie di gioia (e di inquietudine).
Sul finire della seconda Guerra Mondiale il Maestro Frongler Von Stuttgard si rifugiò a San Pietroburgo presso la sua amica e collega, l'antropologa Irina Moskowskaya.
Nel dopoguerra si dedicarono a studi di sociologia applicati al sistema politico, nel tentativo di spiegare la bellicosità di quell'epoca e il fiorire di sistemi dittatoriali e tentando di prevedere nuove degenerazioni politiche che avrebbero potuto gravare sulle generazioni avenire.
Nel gennaio del 1951 i due sostarono per alcuni giorni in Svezia, dove si erano recati per acquistare in un grande centro del commercio Europeo dell'epoca, materiali per il loro laboratorio russo: scritti di sociologia vari (e alcuni alambicchi necessari a Irina Moakowskaya per il suo progetto alternativo di sintetizzare la Vodka dal succo di albicocca).
In quella fase le loro ricerche presero una svolta rivoluzionaria culminando in uno dei loro scritti più celebri: il De Infantiae.
Secondo Von Stuttgard e Moskowskaya dopo il Nazifascismo e il Comunismo si sarebbe dovuto realizzare un'altra forma di autoritarismo: il cattolicesimo, sotto la forma della dittatura dell'infante.
Così come era stata postulata la predominanza della razza Ariana durante il nazismo, altrettanto dagli anni '70 in poi Von Stuttgard e Irina Moskowskaya prevedono la predominanza forzata di qualunque categoria sociale o razza che sia legata a un nascituro. Ecco dunque proliferare nuove reggi "simil-razziali" che spostino il diritto unicamente a neonati, bambini, nonni e coppie gravide.
Secondo il "De Infantiae" una dittatura di questo tipo porterebbe in pochi decenni all'estinzione di alcune categorie (giovani single, stilisti...) e alla nascita di nuove tensioni sociali: negozi affollati e rumorosi, proliferare di malattie contagiose (morbillo, varicella, scarlattina...), sporcizia, esplosione di casi di autismo indotto in età adulta.
Ma soprattutto la dittatura cattolica dell'infante causerebbe un sovrapopolamento tale da portare a una serie di conflitti mondiali per il controllo di nuovi territori.
Dopo la scomunica dell'arcidiocesi di San Pietroburgo, Frongler fu rimpatriato a Stoccolma.
Ci sono serate che non te l’aspetti. Che pare veramente che tu possa essere felice. Serate in cui non sbronzi passivamente per affrontare l’imbarazzo o far trascorrere la noia. Ci sono serate che sembra possa andare tutto semplicemente bene.
Per cui si, alzi il gomito. Ma la compagnia è gradevole, il ciarlare non puzza di inutilità e l’umore sale, la testa è leggera. Sei anche in grado di trovare accogliente un locale grezzo. Di ballare tutta la sera, riuscendo a ingurgitare Vodka Tonic che, te ne rendi conto, è solo la metà di quello che hai assorbito tra capelli, baffi e maglietta. E stai bene, hai trovato il Karma, credi.
Però poi, alla fine, per quanto trascorsa piacevolmente, la serata finisce sempre con uno schiaffo.
E ti alzi la domenica pomeriggio, con in bocca sapore di sottobosco. E passi la giornata a cercare insistentemente un motivo per credere ancora in quel curioso animale che è l’essere umano. E forse, se ti sforzi a fondo riuscirai a mentirti abbastanza da crederci ancora una settimana, fino al prossimo momento in cui immergerai la maglietta nel Vodka Tonic.
Il lunedì mattina, con la testa piena di bora scura, fatichi a cercare una scusa per posare quel maledetto piede sul pavimento. Una scusa per poter credere, ancora una settimana, che le cose cambieranno. Che un’illuminazione cambi le persone o un Deus ex Machina con il senso dell’umorismo la smetta di giocare.
E alla fine lo trovi quel pretesto. Quel piccolo gesto che ti fa dire “su, andiamo, non vedo l’ora”. Perché la tua coinquilina ha comprato un sapone liquido alla “pesca & arancia rossa”. E ogni mattina la tua vita sembra poter profumare di agrumi e speranza. E almeno l’aroma di agrumi non ti tradisce e ti accompagna la giornata. E se sembra andarsene basta passare per il bagno e premere.
Mentre pensavo a questo post, andando in ufficio, è poi capitato quanto segue.
In seguito a un rimborso di 200 euro per tasse pagate in eccesso nel 2003, mi reco alle poste per incassare e, già che ci sono, prendo dal cassetto una manciata di multe arretrate, che ho in mente di saldare grazie al suddetto rimborso.
Arrivato in poste la (deliziosa) sportellista guarda la manciata di multe stropicciate (due delle quali trovate sotto il letto e con la data basata ancora sul calendario gregoriano), posa il suo sguardo imbarazzato su di me e mi dice: “fanno 560 euro”. La ciclicità della storia. Sembra che tutto vada bene, ma poi ti svegli nel mondo reale.
Quando si dice un risveglio di merda, confuso e agitato.
Torno in vita e iniziano le fasi del dramma.
Al primo tentativo di movimento avverto il chiodo nel cervello e quello che dalle mie parti si chiama "doberman picà su e recie", il che mi fa capire che ieri sera non sono stato al circolo del libro né ad ascoltare Wagner.
Avverto in bocca iol sapore di posacenere, vetril e pongo, il che mi fa capire che ieri sera non ho bevuto tamarindo, bensì alternato vodka tonic e vino rosso secondo un principio completamente stocastico.
Apro gli occhi e nella penombra cerco il telefono per vedere che ora è: il telefono si è scaricato nella notte e non da segni di vita. Cerco un orologio alla parete e comprendo di non essere nella mia camera da letto... anzi... di non essere in alcuna camera da letto... neppure... di non nessere in un letto, bensì sdraiato su di uno scomodissimo divano. La gamba mi si è infilata tra cuscini e schienale dandomi una postura che potrebbe definire "naturale" solo un circense cinese. Cerco di riattivare la circolazione e recuperare la funzione motoria della parte sinistra dell'inguine.
Ora ricordo, sono a Udine a casa di Dario che però stamane presto è uscito. Di chi sono i rumori di doccia dal bagno? Ah, la coinquilina. Ok, ora mi alzo e scappo fuori così non devo dialogare. Appena in piedi mi accrogo di avere indosso l'orrida tuta ginnica di Dario che palesa tutta la nostra differenza di altezza e mina pericolosamente la mia autostima.
Mi vesto e scappo fuori.
Ho un desiderio di doccia-colazione-cuscino che mi fa desiderare di essere investito da un autobus per guadagnare in fretta una flebo e un lettino (e magari una spugnatura).
Ora devo trovare l'auto. Mi incammino ripassando i punbti di riferimenti del parcheggio e chiedo a una passante "scusi, il cinema centrale?" - "sempre dritto, ma dall'altra parte".
Ecco appunto, e ti pareva.
Ricordo di aver parcheggiato in divieto ieri sera, per cui prego di non trovare la dodicesima multa del 2008. Arrivo, Non c'è nessuna multa sul parabrezza. Per il semplice fatto che non c'è nessun parabrezza. E non perché l'hanno asportato dall'auto, dal momento che non c'è nessuna auto.
Non ho nemmeno la forza di imprecare dal mal di testa, dal sonno e dal bisogno di un doppio espresso. Dalla mia bocca esce a fatica un abestemmia, così, giusto perché nell'occasione sembra quasi un dovere. Il telefono è scarico, non ho idea come funzioni la giurisprudenza Udinese in fatto di rimozioni e mi incammino verso una cabina. Per fortuna conosco il numero di Dario a memoria.
"Pronto dario? Senti, mi hanno rimosso l'auto"
"Che sfiga. Bon, ti cerco il numero dei vigili... Ma te l'hanno rimossa proprio? Ti ricordi vero che ieri notte l'abbiamo spostata per metterla sotto casa?"
"Ok Dario, lascia stare il numero dei vigili..."
Per fortuna solo pochi mesi prima avevo salvato Dario, già in questura, dal denunciare il furto della sua vespa che, in realtà, aveva cambiatto di posto nella notte. Altrimenti la sua reazione sarebbe stata molto più umiliante.
Mentre mi incammino verso il reale parcheggio dell'auto rifletto sul fatto che un risveglio di merda è per lo più causato da noi stessi e non da eventi fortuiti: sbronzarsi la sera prima, dormire nella posizione del contursionista, dimenticarsi del parcheggio dell'auto... E che stando attenti e concentrati, ogni risveglio può essere un buon risveglio, che il fatalismo non esiste.
Eccola li la mia auto, visto!
Poi il foglietto rosa sul parabrezza... 36 euro di multa. E cancello il mio ultimo pensiero dal mio personale bagaglio di teorie. Ora devo correre a bere un doppio espresso per avere infine la forza di bestemmiare adeguatamente.
è importante per me sapere esattamente cosa odiare.
Sapere in che occasioni sbuffare, bestemmiare, lamentarmi o agitarmi nervosamente.
Ma ci sono degli odi che appartengono alla stessa sfera sensoriale, allo stesso contesto sociale. Per cui non possono pareggiarsi, non possono essere presi a piene mani e messi nel catino dell'odio così, come fossero la stessa cosa.Siamo obbligati a distinguere e a classificare l'odio di elementi similari.
Per cui, sotto Natale ho riflettutto a lungo per capire cosa odio di più tra i tre elementi audio-antrorpologici tipici del Natale e la classifica è:
- al terzo posto: i canti Natalizi
- al secondo posto: i Gospel (e quelli che commentano "mamma mia, però... come cantano e ballano i negri...")
- and... the winner is...: i peruviani e i loro stramaledetti rifacimenti di John Lennon con quello strumento merdoso di legno di caucciù in cui fanno spirometria.
Nel 1952, a seguito di una serie di insuccessi, il Maestro Frongler Von Stuttgard decise di accantonare i suoi studi in campo scientifico per affrontare uno studio molto delicato e che lo occuperà per oltre 5 anni: la ricerca della felicità.
Grazie alle attente osservazioni durante i primi anni e gli approfonditi studi filosofici, Stuttgard elaborò la sua teoria della "felicità dicreta ontologica". A differenza della filosofia conosciuta fino ad allora, l'approccio scientifico ed empirico di Stuttgard aprì a una nuova prospettiva. Il Maestro teorizzo dunque che la felicità non è uno status quo prolungato nel tempo ma è la somma di singoli elementi discreti.
Piccole unità, isolabili e analizzabili, il cui verificarsi produce felicità e se affiancati a intervalli brevi danno vita una sorta di continuum dello status allo stato microscopico ma che, se analizzato microscopicamente, riveverà una serie di soluzioni di continuità.
Questa teoria ebbe come conseguenza la possibilità di ricercare cause ed effetti della felicità con metodo scientifico e scoprire, finalment, il significato e l'origine della felicità. La scoperta portò Stuttgard a concentrare i suoi sforzi nella ricerca delle cause della felicità, nella speranza di regalare all'umanità uno strumento che migliorasse la vita.
Iniziò quindi, fra il 1953 e il 1955, un periodo di attente osservazioni ed elaborazione dei dati, con approccio deduttivo su un ampio campione della popolazione svedese. I risultati degli studi furono resi noti nel 1956, quando la rivista "Caccia e Pesca" decise di pubblicarli in trentaduesima pagina.
Il cuore dello studio, intitolato "le 3 cause della felicità" individuava 3 elementi del quotidiano in grado di mutare lo stato d'animo umano verso uno status di felicità e che, se susseguenti l'uno all'altro a brevi intervalli di tempo, rendono lo status stabile.
Riportiamo qui di seguito la tabella che apparì in calce all'articolo del 1956.
Le 3 cause della felicità:
- avere uno scompenso intestinale e trovare in bagno il manuale dell'IKEA (una trasposizione moderna dei 3 punti del 1996 sostituisce al volantino dell'ikea quello di Mediaworld)
- assistere la domenica pomeriggio a una tappa di montagna del giro d'Italia
...ma soprattutto felicità è...
- rincasare e trovare l'ascensore al piano terra
Ho notato un certo parallelismo tra facebook e le scuole che crollano. Ai funerali del ragazzo morto controsoffittato a scuola c’erano migliaia di persone. Ora, escludo che le conoscesse tutte. La maggior parte saranno vecchi annoiati che si sentono in dovere di presenziare solo perché è stato un decesso in parte mediatico. Se fosse morto masticando dello stracchino, probabilmente manco gli zii sarebbero stati presenti.
Ergo temo che il delirio da friendship facebookiana porti a simili risultati. Approfitto allora del mio attuale stato di vita per dispensare gli sconosciuti o semi-conosciuti dal sentirsi in dovere di presenziare al mio funerale solo perché (magari) la comunità di facebbok farà girareuna simil-catena di sant’Antonio dal titolo “il Nostro amico Gnello ci ha lasciati”.
Mi piacerebbe avere migliaia di persone al mio funerale ma non vorrei che i dialoghi, alla veglia, fossero del tipo:
“quanto ci mancheranno i suoi capelli lunghi”
“lo vedevo spesso in palestra, mi pare di ricordare”
“ma era lui che tifava Sanbenedettese”
“non posso credere che sia morto, lui che era così sano e vigoroso”
“amava la vita e la gente”
“saremmo dovuti andare a fare una settimana bianca a Curmayeur”
ARIETE: qualuque cosa vogliate fare, fatela presto. Vi resta poco tempo.
TORO: nessun problema in salute. Potete bere e fumare a piacimento. Tanto ormai...
GEMELLI: ottime notizie sul fronte denaro, potete aprire mutui e acquistare qualcosa a rate. Tanto non arrivete a pagare tutte le rate.
CANCRO: un nome una garanzia.
LEONE: venere, giove, saturno e urano sono in congiunzione. E ce l'hanno tutti con voi.
VERGINE: un nome una garanzia
BILANCIA: se cercate un risultato positivo, fatevi le analisi del sangue
SCORPIONE: guardatevi le spalle. O stringete forte le chiappe. Se lo fate in tempo vi salvate. Sennò regalete del piacere a qualcuno.
SAGITTARIO: stabilità in amore, salute e lavoro. La merda di sempre
CAPRICORNO: la vostra donna è fedele. A tutti i suoi amanti.
ACQUARIO: assisterete a un tramonto meraviglioso. Quello della vostra esistenza.
PESCI: grandi novità nel vostro futuro. Tutte positive. Peccato che non ci arriverete.
Nel 1950 il Maestro Frongler Von Stuttgard, come molti altri studiosi dell’epoca, è attratto dall’articolo che sancisce la nascita del Test di Touring, vale a dire un sistema per stabilire se una macchina ha un comportamento che si può definire intelligente.
Mentre la maggior parte dei suoi colleghi sono impegnati nel tentativo di confutare questo articolo, Frongler applica le teorie di Touring al contrario e, durante il suo soggiorno del 1951 a Roma, elabora la sua teoria: il cosiddetto Test di Stuttgard (meno famoso a causa dell’impronunciabilità) che stabilisce quando un essere intelligente ha comportamento vegetale.
La vicinanza con la Città del Vaticano porta inevitabilmente Frongler ad applicare il suo test per risolvere l’annosa questione dell’approcio all’eutanasia.
Secondo il test di Stuttgard, un essere umano è allo stato vegetativo permanente nel momento in cui, in una partita di briscola chiamata a coppie, con la briscola a bastoni, carica un tre di coppe.
Questa sensazionale scoperta, per quasi un decennio stabilisce finalmente dei criteri chiave per decidere a quali pazienti interrompere le cure. Verso la fine degli anni sessanta si riscontrò, inizialmente in una clinica londinese, una sindrome denominata poi “sindrome da test di stuttgard” che vedeva nei pazienti la nascita di uno stato d’ansia in concomitanza con la prova del test, che spesso portava a sbagliare il test (rispondere col tre di coppe a briscola bastoni) nonostante uno stato di veglia intelligente. Questa sindrome andava a inficiare il test di stuttgard e si tornò all’antico metodo per stabilire dove applicare l’eutanasia: una scelta arbitrale e totalmente immotivata fatta da parte del pontefice di turno.
Da allora è considerato peccato capitale anche buttare nel water un pesce rosso asfittico.
Il Maestro Von Stuttgard fu esiliato dalla nascente corrente scientifica cattolica e cercò rifugio in Svezia, dove una comunità scientifica più aperta accolse con favore i suoi studi.
Da molti anni avvezzo all’abuso degli alcolici (sembra a causa dell’insuccesso delle sue scoperte, di cui la gente della sua epoca non riusciva a comprendere l’utilità) il Maestro Frongler von Stuttgard visse con difficoltà e aspra tensione gli anni del proibizionismo, durante i quali si trovava a Chicago per i suoi studi sulle influenze alla personalità dei venti provenienti dal lago Michigan.
Ostracizzato per le sue teorie antiproibizioniste, espresse con eccessiva veemenza, ricevette le spiacevoli attenzioni del rigido governo americano dell’epoca. Fu così costretto a tornare in Europa dove continuò le sue battaglie antiproibizioniste con il suo consueto approccio scientifico.Solo nel 1952, con la scoperta del Cynar, le sue ricerche presero una svolta e, 5 anni più tardi, all’età di 61 anni, formulò la sua teoria dell’alcool decisivo.
Le sue prove empiriche su un campione di 472 volontari (scelti fra i detenuti del carcere di Edimburgo) dimostrarono come isolando l’alcool da una tazza di Cynar (ottenendo quindi la nota “Tisana al Carciofo”) il gradimento della bevanda scende dal 98 al 3,4%.
Il carciofo, addizionato ad alcool (Cynar) ha come riscontro piacevolezza, gusto, serenità.
Il carciofo in infuso analcolico (tisana al carciofo) crea malessere, disgusto e tensione nervosa.
Frongler, nel 1962, durante la pubblicazione dei suoi studi fu aggredito e percosso con gambi di carciofo. Dovette allora fuggire dall’Europa e, per alcuni tempi, continuare i suoi studi a Manila.
Il Maesto Frongler Von Stuttgard naque in un paese nei pressi di Oslo, nel 1896, da un'agiata famiglia dell'alta borghesia svedese. Fin da piccolo soffri spesso di gastrite, peggiorata da un reflusso gastroesofageo causato da un difetto congenito della valvola dello stomaco.
Questo lo portò a cercare beneficio interiore. Smise di essere eccessivamente dialogativo e divenne un eccezionale osservatore dei fenomeni umani.
Fu così che, nel tempo, divenne un eccezionale sociologo del quotidiano.
Durante il suo periodo Viennese, nel 1917, elaborò la teoria delle coppie respirgenti, che andava a confutare, in parte, la teoria del caos e dell'ordine. Secondo Frongler Von Stuttgard un lavaggio disattento dei calzini porta inevitabilmente a un loro totale spaiamento. Ben al di là di una qualsiasi statistica determinata dal caso.
"Se dalla cesta della biancheria sporca un individuo afferra casualmente una manciata di calzini e li mette a lavare, troverà inevitabilmente poi nel cassetto tutti singoli calzini spaiati mentre nel cesto si avrà di resto uan giacenza delle rispettive coppie".
Fu così che Frongler, nonostante questa legge fondamentale detta anche del "caos determinato", fu ostracizzato dall'allora società civile viennese a causa della sua esposizione al congresso scientifico del 1917. L'esposizione avvenni infatti mentre Frongler indossava un calzino giallo e uno indaco.
Nonostante queto Frongler elaborò ancora molte e molte teorie, di cui l'epoca moderna beneficia tutt'ora, am che non gli impedirono di morire povero, amlato e ricoperto di scherno.
Da quando il Jackpot del Superenalotto ha raggiunto (e superato) gli ottantamilioni di euro, è scattata la febbre. Tutti giocano al superenalotto. Ma proprio tutti, anche i più insospettabili.
E mi chiedo, ma scusate: prima, quando se ne vincevano "solo" venti di milioni, vi facevano schifo?
- "tesoro, quant'è il Jackpot?"
- "Ventiduemilioni di euri..."
- "che si fottano 'sti morti di fame"
... due settimane dopo...
- tesoro, quant'è il jackpot?"
- ottantacinquemilioni di euri..."
- "ecco, adesso si potrebbe anche provare, tutto sommato..."
Ricordiamo a tutti che il denaro è un premio per il lavoro quotidiano, un premio che risponde a criteri meritocratici. Vincere del denaro inseguendo premi che rispondo puramente al criterio del caso è immorale. In attesa che un Cigno nero ci inghiotta tutti quanti.
La religione è l'oppio dei popoli. La lotteria è la propoli dei popoli.
Ci sono vari modi di passeggiare, ognuno ha il suo, però tolti singoli casi estremi e minime sfaccettature, i casi sono due: il passista e la safety car.
Il passista (non necessariamente finisseur) ha un passo spedito, mastica il marciapiede a grandi morsi, con un ritmo cadenzato ed ininterrotto, variato solo da rapidi e improvvisi cambi di direzione, accelerazioni impercettibili, brusche frenate. Non corre, sia ben chiaro, solo cammina svelto e cadenzato, come chi non sta vagando, solitario, ma ha un luogo preciso dove andare e una tempistica da rispettare (magari non l’ha, perà da questa impressione). Spesso semplicemente non ama essere osservato dalla folla, o non ama la folla in quanto tale, per cui crede che un passaggio fuggente lasci meno il segno nelle memorie curiose dei passanti e che un passo veloce e un’espressione di “impegnato in ritardo” lasci pochi margini di giudizio/discussione ai curiosi sconosciuti.
I più grandi nemici dei passisti urbani, sono le safety car, ovvero quei passanti che camminano lenti, ma di una lentezza inumana, peché, a meno di osservarli a lungo o di avere un punto di riferimento statico (palo, albero…) sembrano fermi. La più classica delle safety car sono la coppia di donne (30-45 anni) che girano a vetrine.
L’habitat prediletto dalle safety car sono i marciapiedi stretti del centro città negli orari più affollati, a volte adorano anche i marciapiedi ristretti dalle transenne dei alvori in corso, piazzarsi lì a osservare una vetrina (solitamente in allestimento) creando code da esodo pasquale.
Ma anche altri individui sono delle tipiche safety car. E io due di questi li odio con particolare ferocia.
Il piantato: è una persona, solitamente di sesso maschile, adeguatamente muscolosa, predilige maglie attillate infilate in jeans stretti, chiusi da una cintura nera marchiata D&G (Disturbi Ghiandolari, ndr). Queste persone amano ostentare se stessi e si sentono sempre a loro agio in mezzo alla gente, ritenendosi adeguati. Per questo non hanno fretta di sfuggire alla folla, anzi. Vi sguazzano, con fare tronfio. Specie se hanno la fortuna di avere sottobraccio una donzella, solitamente acciughina, che, nel caso, peserà come il loro orologio ed entrambi assieme quanto il trucco che indossa. In questo modo il piantato e la acciughina ottengono il loro scopo: un tappo clamoroso al marciapiede, una coda alle loro spalle, come se fosse un picchetto in loro onore.
La nonna col passeggino: è un individuo dei più infimi. Perché in quel dannato passeggino c’è lui, il Santo Graal delle nonne, la bestia di Satana osannata e venerata. Un infante. Già di per sé ha tutti i diritti e le ragioni, tanto più se crea fastidio alla comunità, nelle mani di una nonna sale la scala gerarchica del potere, divenendo imperatore supremo e incontestabile. Una nonna con passeggino avanza lentamente, per non arrecare sconforto all’ex-feto, tiene i gomiti larghi per proteggere il piccolo demonio e se provi a sorpassare, anche delicatamente, la banda anti-spostamento-urbano vecchiastronza-piccolostronzo, la vecchiastronza ti guarda e con un semplice colpo d’occhio, nell’istante di un nano secondo, riesce a dirti col pensiero: “giovane drogato fannullone alcolizzato, stai lontano dal futuro presidente del consiglio, mio nipote, supremo individuo sugli individui, uno e trino, indiscutibilmente bello, ineccepibilmente intelligente”.
Le nonne hanno infatti una perenne ansia da
Se avete davanti una nonna con passeggino-traina-mostro, davvero, fate prima ad attraversare oppure a tornare a casa, prendere l’auto e percorrere la strada su quattro ruote. Potreste ancora avere la fortuna di incontrarli in prossimità di strisce pedonali e in assenza di testimoni.
Quando mi arrivano le mail con immagini simpatiche, foto imbarazzanti, catene moraliste, non le apro mai. Un giorno di tanti anni fa, per errore, aprii un allegato che mi spedì (credo di ricordare) il mio grande amico Hannibal. Era una di quelle solite vignette che girano da quando esiste la mail. Ma era davvero bella. E oggi mi ci sono re-imbattuto.
Ve la sottopongo volentieri.
Del mestiere di copywriter non ho proprio voglia di parlare. Però tempo fa si parlava del fatto che questo mestiere presuppone un lavoro che riguarda non solo il parto creativo di slogan o nomi, ma anche (spesso) di testi più lunghi, intere frasi. Che, a seconda dei casi, devono dire molto in poco spazio, centrare subito la questione, essere chiare e leggibili, avere un buon ritmo, un buon suono e un “tono di voce” adeguato.
La discussione terminò chiedendosi quali erano i tre migliori esempi di copywriting “non-pubblicitario” che venivano alla memoria.
I miei tre senza indugio:
1.
Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli,
le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli o pecore, continueremo a crederci il sale della terra.
2.
Ma ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività “resistere, resistere, resistere” come su una irrinunciabile linea del Piave.
3.
Si chiamava Ivan il Terribile Trentaduesimo, discendente diretto di Ivan il Terribile Primo, appartenuto allo Zar Nicola, leggendario campione di caccia al mugiko nella steppa e fucilato come nemico del popolo durante la Rivoluzione d'Ottobre sulla Piazza Rossa!
Sono giunto alla seguente conclusione (che parte dal post sulla deprecabilità dello sci nella vita dell’uomo): se Dio esiste (sennò è stato il suo assistente alla produzione) ha fatto le montagne per il Giro d’Italia. Per il resto potrebbero anche non esistere.
In effetti, da giugno ad aprile, a che servono?A raccogliere funghi? Ma fatemi il piacere, se anche uno è tanto folle da andare a raccogliere funghi poi non li mangia nemmeno, per paura di trovarci un puffo dentro.
Per sciare? Ho già spiegato…
Per ammirare un tramonto a 2600 metri? Ma allora a cosa abbiamo inventato a fare le cartoline?
Diciamocelo, le montagne sono nate per sostenere il passaggio degli eroi a due ruote. Solo la natura malvagia e arrivista dell’uomo ha cercato di creare altri business (leggi bisnizzi) sulle salite dolomitiche. Per cui, se un giorno il Signore vorrà correggere gli errori fatti nelle prima stesura, tirando fuori il pianeta dal cassetto delle “cose vecchie da revisionare” può effettivamente fare le seguenti correzioni:
-Le montagne nascono ad aprile e si ritirano a giugno,
-A Londra c’è il sole e a Palermo gli uffici
-Alla presenza degli insetti diamo un colpo di gomma (ma di quella blu, da penna biro)
-E magari facciamo ritrovare una “Bibbia episodio 2” scritta più chiaramente, che per me una miliardata di cattolici non ha capito veramente una Madonna!
A volte le persone si abbassano volontariamente di livello, per ottenere un vantaggio.
A volte le persone SONO di basso livello, e talvolta da questo loro basso livello traggono vantaggio.
A volte tutte queste persone, persone di basso livello e persone abbassatesi di livello, si uniscono per trarre beneficio. Ma anche se annegati nella stessa mediocrità e dallo stesso fine amorale, c’è poco da fare: chi ha classe (cioè chi si abbassa di livello rispetto a chi è di basso livello) ha una scintilla in più. E anche se svuotato dagli stimoli e dalle motivazionidel consueto alto livello, portano nel pantano della mediocrità quella scintilla che gli appartiene e che, comunque, hanno viva dentro.
È quello che è accaduto a Ezio Greggio che nello storico film Yuppies, dove lui, fra altri mediocri individui (boldi, desica, calà) in un mediocre film riesce comunque a emergere e a portare, fra le banalità una luce.
Willy (alias Ezio Greggio) parla al telefono:
-“Come dici? I tuoi sono partiti? Beautycase!
Vuoi che venga stasera da te? Stevee Wonderful!”